Sergio Tabbia e Jesùs Velasco al Palau Blaugrana
Tabbia, ci racconta questo weekend di Pasqua a Barcellona?
Come si dice, ho unito l’utile al dilettevole. Io la chiamo ricerca e sviluppo e da quando ho smesso di allenare in Serie A non mi sono mai fermato, cercando comunque di imparare qualcosa dai migliori del mondo. In questo caso mi trovavo a Barcellona e ho avuto il piacere di incontrare ancora una volta Velasco, che già 20 anni fa era tra i migliori al mondo: ora è un veterano. Si impara da quelli bravi, dai migliori: certo, non posso fare copia-incolla di quello che fa lui nella mia squadra, ma ci sono tanti aspetti che osservo: anche l’organizzazione societaria e le persone che lavorano nel club, per esempio.
Che rapporto ha con Jesùs Velasco?
C’è stima reciproca ed amicizia. Io sono un vulcano, lui è il contrario di me: è un taciturno. E’ poi una persona squisita ed educata: non potevamo che andare d’accordo con queste premesse.
C’è un aneddoto o una situazione che ricorda particolarmente del trascorso di Velasco a Torino?
La finale scudetto del Torino contro la BNL Roma. All’andata avevamo perso 3-2, al ritorno vincemmo 6-3. Ma al di là della preparazione della gara sul campo, sotto l’aspetto tecnico e tattico, in quella settimana lui si è concentrato sull’aspetto motivazionale: parlava di “noi”, ha dato importanza alla squadra e sotto questo aspetto io ho imparato molto da lui. Ha dato autostima alla squadra: è un vincente.
Ha assistito a Barcellona-El Pozo Murcia, domenica: ci racconta l’atmosfera?
Quel palazzetto credo abbia cinquant’anni e forse dovranno rifarlo a breve, ma è una struttura clamorosa. E’ emozionante da vuoto, figurarsi con le 4-5mila persone che c’erano in quell’occasione. E’ un’esperienza da brividi: un allenatore di calcio a 5 non può non andare in un palazzetto del genere almeno una volta nella vita.
Vedremo mai una cosa simile in Italia, un giorno?
Ci sono in Italia un paio di squadre che possono diventare così. Penso anche alla L84, nonostante ora stia attraversando un momento non semplice a livello di risultati della prima squadra: è gestita da imprenditori e gente seria, con le idee chiare. Se supera questo momento, può fare qualcosa di veramente importante.
Il Barcellona non è solo calcio: è anche basket e futsal, tra le varie attività. Le società di calcio a 11 in Italia possono essere un traino per il lancio definitivo del calcio a 5?
Ci sono squadre di calcio a 11 in Italia che ci stanno provando. Credo inoltre che il doppio tesseramento imponga una riflessione all’interno delle società e potrebbe portare alla creazione di società che svolgono entrambe le attività: fino a sei, otto o nove anni fai svolgere un certo tipo di disciplina e poi indirizzi questi ragazzi verso il futsal o il calcio a 11, come accade al Barcellona, ma anche all’Ajax e altre società. Inoltre faccio notare che i 4mila spettatori che hanno visto la partita di domenica al Palau erano paganti: fatevi due conti a riguardo dell’incasso, moltiplicandolo per tutto il campionato.
E’ favorevole alla riforma annunciata dalla Divisione Calcio a 5?
Qualcosa andava fatto, ma credo siano stati sbagliati i tempi. A febbraio c’è chi ha già preso accordi per l’anno successivo, senza considerare chi ha vincoli economici pluriennali. Parliamo di persone, famiglie. La riforma secondo me è giusta, ma sarebbe servito annunciarla con maggiore anticipo rispetto alla sua attuazione.
Cosa c’è da cambiare ancora nel futsal a suo avviso?
In Spagna se ne parla tanto: la regola del portiere di movimento è qualcosa che va sicuramente rivisto. Se viene utilizzato per fare gol è un conto, ma se viene adoperato per fare possesso è diverso: pensate a quanto ci rimette lo spettacolo. Questo sport non ne ha bisogno. E’ una norma assolutamente da rivedere.
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